domenica 22 agosto 2010







sabato 27 marzo 2010

Gallesio, il ten. Lilli






Il giovane comandante partigiano "Lilli" Gallesio, davanti al monumento dei caduti di Cairo M., il 25 aprile 1945. Con la sua giacca bianca e cinturone sembra un attore protagonista di un bel film.

di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 204 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 
48 pagine
Copertina Morbida  Formato 15x23 - bianco e nero


di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 156 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

Chi diede ordine all’agente Zeta di indagare sul Biondino? C’era qualcuno che pagava per questo suo lavoro? Quando era cominciata la sua indagine?
Una mattina presto l’agente Zeta era uscito da casa nella sua tenuta ufficiale da agente segreto e cioè scarpe comode, un paio di jeans consumati, una giacca blu trapuntata, occhiali da sole di forma classica. Era entrato nella libreria Moderna di Savona per uno dei suoi controlli di routine sulle ultime edizioni dei libri locali. Mentre strava guardando nel suo scaffale preferito entrarono due uomini che aveva già visto in giro: quello con il loden era il professor Arbarelli, ma chi attirò la sua attenzione era l’altro. Era alto, abbronzato, capelli brizzolati corti, occhiali con montatura leggera. Si ricordò di averlo già notato ad alcune presentazioni di libri sulla seconda guerra che erano stati presentati alla libreria Ubik.
Passò vicino ai due e sentì Mister X che raccontava qualcosa al professore. Prese un libro dallo scaffale e mentre fingeva di guardarlo tese le orecchie. Sentì il professore che gli chiedeva “Allora Alberto quando presenti il tuo libro alla Ubik?” Rizzò le antenne e registrò la risposta: “Credo che sarà per fine mese.”
Dovrò esserci anch’io, penso l’agente Zeta, il suo sesto senso gli suggeriva di seguire quell’uomo. Girò ancora tra i libri, poi ne scelse uno su Mussolini e andò alla cassa. Si fermò a parlare con il cassiere che è anche il proprietario della libreria e chiese con noncuranza se ci fossero dei libri recenti scritti dal professor Arbarelli. L’uomo rispose che ce n’era uno recente di Alberto Rubicone, molto letto, e con la testa indicò l’uomo che parlava con il professore. “Lui è l’autore emergente!” affermò con simpatica enfasi mentre l’agente Zeta si voltò per vedere se lo scrittore si era accorto che parlavano di lui. 
I due uomini si avvicinarono e il libraio li presentò all’agente Zeta che disse il suo nome e chiese di avere il nuovo libro. Alberto si rivolse al libraio ma questi lo informò che erano terminati, allora l’autore disse che ne avrebbe richiesto una nuova edizione con aggiornamenti e se Zeta andava alla sua presentazione gli avrebbe fatto volentieri avere una copia con dedica.
Così a fine mese Zeta andò alla Ubik dove assistette alla brillante esposizione che fece l’autore, non partecipò al dibattito pubblico ma si fermò invece, attento come sempre, al fornito rinfresco che ne seguì. Mentre sorseggiava un crodino si congratulò mentalmente di essere presente a quell’incontro perché aveva potuto cogliere alcune frasi che lo interessarono particolarmente e si disse che aveva visto giusto. Il prof Arbarelli parlando con lo scrittore gli aveva chiesto a cosa stava lavorando in quel momento. Gli parve di sentire rispondere che stava scrivendo una ricerca approfondita sul Biondino perché aveva trovato una nuova pista, inedita e incredibile. “Parli dell’Abbindi?” chiese il professore. “Abindi, con una b sola. – rispose il ricercatore – “E pare che non sia stato ucciso dalla San Marco.”
L’agente Zeta si mise in allarme, si girò a guadare l’uomo e mentre gli faceva un cenno di saluto lo fotografò con l’occhio sinistro. Si allontanò di qualche passo ma rimase in ascolto e gli arrivò ancora qualche frase relativa al capo partigiano, gli sembrò di sentire “Buenos Aires, testa di ponte, Squaneto…
Doveva proprio controllare stretto lo scrittore, seguire i suoi movimenti, sapere tutto quello che c’era sul suo conto. Incontrare chi frequentava per le sue ricerche, le biblioteche dove andava, gli archivi, le persone che incontrava. Non era più un lavoro di routine, diventava "allarme priorità otto". Doveva mettere subito a punto per bene il suo piano di depistaggio e dissuasione, muoversi con destrezza per anticipare le ricerche. Pensò che quel Robin Falcone avrebbe messo una seria ipoteca sulla pista segreta e sui movimenti del Biondino dopo la sua condanna a morte ed esecuzione, c'era il rischio concreto che arrivasse alla verità.
Due anni prima l’agente Zeta era riuscito a scovare il Biondino, vivo e vegeto, in una cascina nei dintorni di Squaneto. Lo aveva scritto nel suo taccuino accanto a quello che gli aveva raccontato lo stesso Matteo Abindi, diventato nel frattempo ufficialmente il vecchio Gallardo di Buenos Aires. Un sabato di fine giugno era andato lui stesso alla cascina di Squaneto a portargli i saluti di suo padre che era stato con lui in Argentina e a fargli vedere i vecchi appunti dove era raccontata la loro attività sotto copertura in Sudamerica. Erano appunti riservati dell’agente Zeta senior ma li sottopose ugualmente all’interessato in quanto era stato anche lui della partita.
Si erano parlati con molta tranquillità, seduti nel cortile della cascina, all’ombra del grande noce. Il signor Gallardo, nonostante i suoi 94 anni, era in buona forma, fatta eccezione per i suoi piedi malconci a causa dell’artrite deformante.
La sera della presentazione del libro alla libreria Ubik, quando fu a casa sua, l’agente Zeta lesse le note sulla copertina del libro che l’autore gli aveva dedicato:  Alberto Robin Falcone da dieci anni si occupa di storia locale e della seconda guerra mondiale ricercando documentazione e informazioni presso gli archivi statali, comunali ed ecclesiastici.” La scheda proseguiva con altre note personali e di studio,  buone informazioni che si lesse ancora una volta  per  compendiare tutto quello che aveva trovato sul conto di Alberto Robin Falcone, lo memorizzò e mise un segno di evidenza alla sua scheda mentale.

Così il ricercatore Alberto Rubicone continuò la sua ricerca dei documenti ufficiali che riguardavano Matteo Abindi alias il Biondino. Una mattina si presentò allo sportello dei Servizi Demografici comunali di Savona. Indossava un giaccone blu tipo militare e un paio di pantaloni scuri con scarpe Goodyear. Si avvicinò allo sportello e chiese la copia integrale dell'atto di nascita di Matteo Abindi fornendo la data esatta: 21 settembre 1911. La signora chiese il motivo e lui rispose che serviva per una ricerca storica di cui stava scrivendo. Quando gli fu consegnata la fotocopia timbrata, chiese anche il certificato di morte. L'impiegata cercò ancora nel registro poi rispose: "Non è morto a Savona." Pagò il piccolo importo richiesto per il documento e salutò l'impiegata.
Mentre usciva incrociò nell'atrio il prof. Albarelli in conversazione con uno tale che teneva in mano uno libro sulla resistenza in Liguria. L'interlocutore era nientemeno che  l'agente Zeta,  che si teneva sempre nei paraggi dello scrittore. Quella mattina lo aveva visto entrare in Comune e si era appostato nell’atrio fino a quando passò il professor Arbarelli e fu una ottima occasione per attaccar discorso.
Quando sopraggiunse lo scrittore la conversazione si allargò e Zeta fu abile a collegarsi con la ricerca che era in corso. Dopo un po’ il professore entrò negli uffici comunali e gli altri due uscirono sul corso. Si incamminarono passeggiando verso la bella scultura realizzata da Renata Cuneo, posta al centro di quella che i savonesi chiamano “la piazza del pesce”.
Alberto Rubicone era diretto alla biblioteca di Monturbano, la civica A.G.Barrili e Zeta lo accompagnò fino alla Prefettura, poi i due si salutarono. 











giovedì 4 marzo 2010

Testimonianza di un partigiano



Sono nato in quel periodo durante il quale il fascismo si era già consolidato, all’età di cinque anni avevo imparato a cantare “Giovinezza”. Nelle aule scolastiche la fotografia del Duce, vicino al crocifisso, rappresentava il secondo Dio che gli Italiani non dovevano dimenticare. L’insegnante prima delle lezioni, dopo la consueta preghiera, salutando romanamente gridava: - viva il Duce -, gli scolari rispondevano in coro – a noi!-. così crescevano i figli della lupa con il medaglione di Mussolini sul petto.
Aboliti tutti i partiti e le consultazioni elettorali, il fascismo, imponendosi con una rigida ideologia retta da una falsa propaganda, ci conduceva lentamente e a caro prezzo alla conquista di quell’Impero che ebbe fine con la caduta del regime.
Nel 1935, mio fratello più vecchio di me, è chiamato alle armi e mandato in Etiopia. Si canta “Faccetta nera”, mentre alcune nazioni ci impongono varie sanzioni economiche. Sui muri appare la scritta: “l’Italia fa da sé”.
Ancora ragazzo, spinto da quell’addestramento fascista, con altri compagni andavo alla raccolta del ferro vecchio per la fusione delle armi. Ogni famiglia aveva il dovere di consegnare l’oro alla patria. Presto cadde Addis Abeba, le campagne di ogni paese suonano a martello. La guerra dell’Abissinia era finita e con l’occupazione di quel territorio i gerarchi fascisti si arricchivano a spese degli Italiani. Tornano i legionari. Ricordo mio fratello al finestrino del treno mentre lentamente entrava in stazione. Siamo agli anni ruggenti, le camicie nere partecipano alla guerra di Spagna. L’Italia, la Germania e il Giappone, firmano il patto dell’asse.
Mussolini, forte degli appoggi, pensa di riprendersi Nizza e Savoia. Con l’invasione della Polonia, il primo settembre 1939, inizia la seconda guerra mondiale.
Nelle scuole la propaganda fascista raggiunge l’apice della menzogna, mentre i giovani fascisti gridano: vogliamo la guerra. In poco tempo le armate di Hitler invadono la Francia e Mussolini ne approfitta per varcare la frontiere di Mentone.
Presto gli alleati sbarcano in Sicilia e in breve tempo la guerra divampa in Europa. Il nostro esercito, male organizzato, è sopraffatto da ogni parte, mentre il fascismo non riesce più a nascondere la propria sconfitta. I bombardamenti degli Inglesi e Americani si susseguono su tutte le città d’Italia, seminando morte e distruzione. L’otto settembre 1943 l’esercito italiano si sfascia; l’Italia, contesa fra alleati e Tedeschi, diventa un campo di battaglia.
I gerarchi fascisti, per sopravvivere alla sconfitta, rimangono alleati dei tedeschi schierandosi contro il popolo italiano. Iniziano le prime deportazioni di militari e civili nei campi di concentramento tedeschi e molti non ritorneranno più. La parte dell’Italia occupata dai nazisti è sottoposta a spaventose rappresaglie; molti italiani sono costretti alla scelta disperata della ribellione che dà inizio alle formazioni partigiane.

* * *

Appena viene informato della fuga del Re e del governo, il Comitato delle Opposizioni si riunisce in una casa di via Adda a Roma e si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale. Alla seduta di fondazione parteciparono: Ivanoe Bonomi (PDL, Presidente), Scoccimarro e Amendola (PCI), De Gasperi (DC), La Malfa e Fenoaltea (PdA), Nenni e Romita (PSI), Ruini (DL), Casati (PLI). Il mese successivo si erano già costituiti i Comitati Regionali. Successivamente anche Comitati Provinciali.
Nel febbraio 1944 Mussolini ha emanato un ultimatum ai giovani di leva che non si sono presentati in servizio a seguito del decreto di mobilitazione dell’ottobre precedente: i renitenti si dovranno presentare entro l’8 marzo. Molti giovani si sottraggono però alla leva fascista e raggiungono i partigiani in montagna.
Non si possono certo respingere. Ne deriva però una pressione quasi insostenibile sulle risorse, già scarse, di cui dispongono i combattenti. Manca tutto: armi, equipaggiamenti, viveri, munizioni e denari. La prima azione che un partigiano deve compiere è quella di conquistarsi un’arma (...)

Giancarlo Pajetta ha scritto una interessante testimonianza sulla sua collaborazione alla nascita del Comando Unificato e sui rapporti tra Parri e Longo. Un giorno Longo gli fissa un appuntamento a Milano, in viale Bianca Maria. Mentre passeggiano sotto gli alberi, Longo parla a Pajetta del Comando Unificato e del Corpo Volontari della Libertà. Ha in mente di chiedergli di sostituire Francesco Leone come rappresentante del PCI presso il Comitato Militare. Pajetta reagisce molto male. “Con quella gente io non ci vado. In tre giorni ci fanno arrestare tutti e io in prigione ci sono già stato dodici anni e sei mesi. Tieni conto anche dei sei mesi. Piuttosto vado a fare il segretario della Federazione di Sondrio”.
Longo spiega, dice che Parri è una persona seria, che lavora in ufficio tutti i giorni e organizza la Resistenza. Conclude chiedendo a Pajetta di andare alle due in una casa di piazza Piola: lì Pajetta viene favorevolmente impressionato dalla discussione. “Parri era sereno, sobrio, sicuro di sé, certo non cocciuto.. Via via che lo conobbi di più, diventammo quasi amici, e imparai ad apprezzarne le qualità.
Mi dissero che, durante la Prima guerra mondiale, era stato un giovane ufficiale di Stato maggiore; tuttavia la sua gentilezza, la sua capacità di ascoltare e discutere anche quando rimaneva arroccato sulle sue posizioni, non aveva niente della militaresca burbanza attribuita tradizionalmente agli ufficiali superiori piemontesi, fin dai tempi dell’esercito “sardo”. 


giovedì 25 febbraio 2010


Manifesto stampato e affisso sui muri di Milano dai partigiani.
Avvertiamo la popolazione milanese che l'annunciatore italiano di Radio Monaco, il diffamatore dell'Italia, il denunziatore di Buozzi, di Roveda, di Alvaro, è lo pseudo giornalista Cesare Rivelli, corrispondente della "Gazzetta del Popolo", noto agente dei tedeschi, al soldo del "Propaganda Ministerium" di Berlino.
Avvertiamo la popolazione milanese che la coalizione dei Partiti Antifascisti, trasformatasi in Comitato per la Liberazione, sta già svolgendo un'inchiesta al Comune per conoscere il nome dell'impiegato che consegnò ai tedeschi la lista degli israeliti.
Colui o coloro che compirono questa infamia pagheranno col loro sangue, il sangue degli ebrei che sono stati trucidati dalle S.S.
Avvertiamo la popolazione milanese che certa Nella Magni da macerata e Vanda Rossi da Campobasso, domiciliate nella nostra città, sono state sorprese da un nostro fotografo mentre camminavano al braccio di soldati germanici.
Avvertiamo la popolazione milanese che osservatori del Comitato di Liberazione vigilano in tutte le strade, le piazze e le botteghe per prendere nota di coloro che in una forma qualunque collaborano con i tedeschi, fornendo loro indicazioni e cortesie. Tale modo di procedere sarà a suo tempo severamente giudicato. Da oggi in poi i cittadini milanesi sono invitati a rifiutare qualunque contatto con gl'invasori, sotto pena di perdere ogni contatto con i veri cittadini italiani. Nessuna indicazione, nemmeno le strade, sia loro fornita. Quando un tedesco entra in un luogo di pubblico ritrovo (caffé, ristorante, ecc.), tutti i cittadini Italiani ne escano. La parola d'ordine è una sola: rendere la vita impossibile ai tedeschi in Italia.

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Ordinanza n. 2 del 11/01/1940
Nel settembre 1939 l’imputato Giovanni Pioli (Albana-Roma il 19/01/1877, professore) pubblica e diffonde a Milano un opuscoletto dal titolo “Il nemico”, in cui Mussolini viene definito “un ambizioso dedito all’istupidimento delle masse” e Hitler “un pazzo autentico, intellettualmente al di sotto di ogni immaginazione”. Capi di imputazione: associazione sovversiva, disfattismo, offese al capo del Governo e al capo di uno Stato estero. Prosciolto perché riteunto un paranoico. Non luogo a procedere.

Ordinanza n. 7 del 26/01/1940
Amelia Tommasini di Venezia (1.08.1895) nel gennaio 1940 pronuncia in pubblico: “Vada a ramengo il Duce e tutte le sue berrette nere”. Viene imputata di offese al capo del Governo e perseguita dalla Magistratura Ordinaria.

Ordinanza n. 8 del 30/01/1940
Leo Cataldo (Corato-Bari, 19.93.1905) agricoltore e Angelo Salerno (Fagnano-Cosenza, 5.10.1905) concessionario, lavoratori in Africa Orientale vengono giudicati dalla M.O. per offese al capo del Governo e per aver avuto rapporti di indole coniugale con un’Abissina nel 1938-39. (Reato di madamismo).

Ordinanza n. 10 del 3/02/1940
Alcuni richiamati alle armi cantano a Verona una canzone “disfattista”: - Prendi il fucile e gettalo giù per terra, vogliam la pace e non la guerra -. Vengono giudicati per “propaganda e apologia sovversiva”, sono sei (...).   Non luogo a procedere.

Ordinanza n. 11 del 5/02/1940
Un panettiere di Triste, Emilio Turel (Trieste, 1.03.1886) viene giudicato dalla M.O. per aver detto: “Che vada a ramengo l’Italia con tutta Roma.” È imputato di “vilipendio alla nazione”.

Ordinanza n. 24 del 9/04/1940
Il commercialista Giuseppe Esposito (Marigliano-Napoli, 6.03.1893) inquisito per vilipendio alla nazione per aver affermato: “Dovrà pur finire questo schifoso Regime fascista!” Non luogo a procedere.

Ordinanza n. 25 del 11/04/1940
Una contadina del Foggiano, Francesca Principe, viene perseguita dalla M.O. per aver detto a Rodi Garganico, nel marzo 1940: “Mussolini è un ladro come te.” Imputazione: offesa al capo del Governo.

Ordinanza n. 29 del 19/04/1940
In provincia di Benevento, per vilipendio della Milizia, nell’aprile 1938, Giovanni Simeone (Ponte-BN, 26.10.1882) e Tripoli Simeone (Ponte-BN, 19.09.1912) disoccupato, vengono perseguiti dalla M.O. per aver detto: “La Milizia dà i gradi ai fessi.

Ordinanza n. 47 del 8/06/1940
A Milano il giovane Mario Bacchetta (21.05.1920) scrive su una parete della propria abitazione: “Morte al Duce.La M.O. lo persegue per offese al capo del Governo.

Ordinanza n. 66 del 1/08/1940
A Venezia, nel luglio 1940, il sig. Umberto Dal Borgo (Venezia, 2/07/1897) impreca: "I fascisti sono tutti farabutti e delinquenti... Porci e farabutti chi li governa" viene inquisito per vilipendio della nazione e del Governo dalla M.O.

Ordinanza n. 72 del 25/08/1940
Il meccanico Ugo Innamorati (Terni, 25/09/1889) nel giugno '40, a Roma dice a un tale: "Vigliacco il Duce che vi paga!" Per offese al capo del Governo è perseguito dalla M.O.

Ordinanza n. 73 del 1/09/1940
La Camicia Nera Nicola Darmiento (Grumo-Bari, 20/11/1909) in provincia di napoli dice."La Milizia non è buona a niente" viene perseguito dalla magistratura Militare per vilipendio delle Forze Armate.

Ordinanza n. 98 del 7/11/1940
Il milite Aldo Albergucci (Montefiorino-MO, 10.10.1916) scrive nella garitta in cui monta la guardia: “Mussolini è un delinquente”. Viene inquisito per offese al capo del Governo, ma il processo ha il non luogo a procedere.

Ordinanza n. 103 del 23/11/1940
Augusto Zocco (Presicce-Lecce, 13.09.1903) muratore e Francesco Zocco (Gemini-lecce, 9/10/1892) bracciante, vengono giudicati dalla Magistratura Ordinaria per aver detto: "Vigliacci e farabutti, voi e il Governo che vi paga!"
Ordinanza n. 3 del 3/01/1941
"Tra poco moriremo tutti di fame..." Detto a Bologna nel dicembre 1940 (Disfattismo politico) da Antonio Nicolucci di Galeata (Foggia) nato il 12/06/1910. M.O.



Ordinanza n. 8 del 13/01/1941


"Possano uccide te e il Duce che ti passa la paga" in provincia dell'Aquila, nell'ottobre 1940 (Offese al Capo del Governo) detto da Massimiliano Conti. Perseguito dalla M.O.


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Testo del comunicato a firma del Comitato di Liberazione dell'Alta Italia, diramato il 30 aprile 1945
Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale - che il fascismo per venti anni gli ha negato - se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia. Solo a prezzo di questo taglio netto con un passato di vergogna e di delitti, il popolo italiano poteva avere l'assicurazione che il CLNAI è deciso a proseguire con fermezza il rinnovamento democratico del Paese. Solo a questo prezzo la necessaria epurazione dei residui fascisti può e deve avvenire, con la conclusione della fase  insurrezionale, nelle forme della più stretta legalità.
Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile.
Il CLNAI, come ha saputo condurre l'insurrezione, mirabile per disciplina democratica, trasfondendo in tutti gli insorti il senso della responsabilità di questa grande ora storica, e come ha saputo fare, senza esitazioni, giustizia dei responsabili della rovina della Patria, intende che nella nuova epoca che si apre al libero popolo italiano, tali eccessi non abbiano più a ripetersi.
Nulla potrebbe giustificarli nel nuovo clima di libertà e di stretta legalità democratica, che il CLNAI è deciso a ristabilire, conclusa ormai la lotta insurrezionale.
Il comitato di liberazione dell'Alta Italia.
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La fine del partigiano Piero


Per colpa di una frase ci lascia la vita un partigiano che faceva parte del gruppo Biondino. "La gente ricorda solo il suo nome, Pietro - lo scrive Fulvio Sasso nel 1998. Piero era un soldato sbandato, di origine meridionale, ospitato da una famiglia di contadini a Sanvarezzo. Un giorno il marito, geloso, va dal Biondino a lamentarsi che Pietro gli insidia la moglie. Pietro aveva combattuto in Francia con l'Esercito Italiano contro i Francesi, poi subito dopo l'8 settembre 1943 era ritornato in Italia e si era fermato con i partigiani in Val Casotto. Poi gli era capitato di incontrare il Biondino e lo aveva seguito a Santa Giulia. Sembrerebbe che a seguito di questa denuncia il partigiano Pietro fosse sbrigativamente ucciso e sepolto in una fossa dietro al cimitero. Nel 1947 la sorella di Domenico Pescetto va a Santa Giulia a cercare il corpo del fratello e della cognata e nella loro fossa scorge anche i corpi di due altri uomini che risulteranno poi essere due partigiani. Uno era Pietro, l'altro era di un tale soprannominato Albenga che era stato tra i primi partigiani andati con il Biondino. I testimoni del posto ricordano che aveva un carattere prepotente ed aveva litigato con il Biondino; dopo quel diverbio Albenga era scomparso dalla circolazione e si era sparsa la voce che fosse andato in un'altra zona, invece è rimasto per sempre a Santa Giulia.


(dal libro Il Biondino (eroe o sanguinario?): l'enigmatica storia di un protagonista nella lotta partigiana fra Liguria e Piemonte  di Fulvio SassoG.Ri.F.L., 1998)

giovedì 18 febbraio 2010

La mappa dell'inevitabile

Il solo viaggio possibile è quello che muove dentro l'immaginazione, dentro la storia in cui si annuncia anche la rivelazione di una dimensione invisibile e sottile...
Lacerti di mappe e poi schizzi, fogli con abbozzi di una cartografia parziale e possibile, appunti quasi illeggibili: quali parole sono possibili in un luogo? 
Cerco con le mie forze e la mia concentrazione distratta di percorrere queste geografie del narrare per compilarne una mappatura provvisoria ma soddisfacente; cerco di introdurmi nei testi abitandone gli spazi irreali ma inevitabili, visitando dapprima col pensiero tutti i luoghi di quelle nomenclature. 
Una svariegata topologia - i luoghi del mondo e i luoghi del testo, tenuti assieme dalla conoscenza affettiva.
Ma poi ho dovuto perquisire muri - vie - strade - vecchie case di Santa Giulia e di Squaneto, di  Montenotte, toccare con mano le case sparse nel territorio di Villa, frazione di Piana Crixia, respirare e fotografare alcune abitazioni isolate a Castelletto Uzzone e Cortemilia, cercare venti leggeri a Gorrino e nelle viuzze di Olmo Gentile, leggere con cura diversa carte savonesi e cuneesi, far cantare sommessamente gli archivi aperti alla pazienza dell'attenzione, alla costanza della mente  che ascolta voci quasi silenziose.
Percorrere come rapito una mappatura dell'inevitabile, una cartografia degli spazi insondati e rimasti senza parole, consegnati al silenzio dell'abbandono che prosciuga con la tramontana e spacca la facoltà di raccontare. 
Quel racconto del luogo che tiene insieme, inseparabili, il luogo e le parole che ne parlano, ripropone al pensiero il nesso che entrambi li comprende. Una carta delle residue possibilità di narrare, il rilievo di sparsi punti di fertilità che affiorano inaspettati dal buio di topografie sfocate a indicare le sopravvivenze di uno scambio elementare delle parole che ancora ha modo di attuarsi tra gli umani, tra i testi e i documenti.
  In questa cartografia dell'immaginabile il Biondino (Matteo Abindi) aveva i suoi percorsi collaudati in anni di frequenza. Mettersi sulla sua lunghezza d'onda vuol dire percorrere queste scorciatoie dimenticate e nascoste tra la vegetazione del suo territorio; ogni strada che dalle colline e dai boschi scende ai paesi della Langa ligure-piemontese aveva per lui scorciatoie e percorsi lineari e istintivi che seguivano le strade tra le macchie, i cespugli di rovi e gli anfratti del terreno, le tagliavano velocemente prima delle ampie curve. 
Da queste scorciatoie occulte, come dietro a quinte naturali, il Biondino poteva vedere non visto, sventare in anticipo gli agguati, evitare le sorprese, decidere se attaccare o dileguarsi. Certamente da quando era partigiano e aveva a tracolla la sua "capretta" (la mitragliatrice personalizzata), gli spostamenti erano più sicuri e i pericoli prevedibili. Lui era ancora il folletto dei luoghi selvaggi, il guerrigliero e l'esploratore della Langa minore, lo stratega dei piccoli e decisivi colpi di mano, l'invisibile che compariva nei momenti giusti e nei posti impensati e radunando i suoi uomini mal vestiti e male armati mettevano a segno colpi audaci, davano scacco ai Tedeschi e ai soldati della RSI. 
Quando decise di cambiare il gioco, nel cuore dell'inverno, fu lui che si fece trovare nel posto stabilito, ma in modo impensato, ancora a sorpresa, sbarbato di fresco e ben pettinato, una domenica di gennaio del '45. Ne ascoltai il racconto frammentario da alcuni suoi uomini, da quelli che passarono indenni nella bufera della Resistenza Armata, della guerriglia attraversata nel loro stesso territorio con  lo spirito degli avi che in Val Bormida vissero le guerre e le invasioni nei secoli tremendi.

sabato 30 gennaio 2010

Rapporto sull'agente Zeta

18 maggio 1945
Sezione Politica della Questura di Savona CLNP

Il 5 settembre 1944 entrò a far parte della Questura il signor S.V. il quale era in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale di Savona. Era rimasto disoccupato a seguito di un incidente capitatogli in città durante un rastrellamento. Il Comitato adoperava il suddetto per servizi di informazioni e iniziò quindi una buona attività. Gli fu assegnata una staffetta fissa per [tenere] il collegamento colle Brigate [partigiane] sui monti, questi la volontaria Laura, alla quale il V. mise a disposizione la bicicletta della figlia. L'attività [dell'agente Zeta] iniziò al momento dell'arrivo a Savona del SID [Servizio Informazioni Divisionale della San Marco] conosciuto sotto il nome di Louvre, servizio che avrebbe dovuto eliminare il CLN e tutti i partigiani dei dintorni cittadini. Di tutto fece il V. per infiltrarsi in quel servizio e accattivandosi l'amicizia di alcuni funzionari della Questura riusciva ad appartenere prima alla Squadra Politica ed in seguito al SID.

(Scriveva Galeazzo Ciano, nel suo diario (1940), a proposito di Benito Mussolini: “… è il più freddo giudice di uomini: non contraddice l’interlocutore, non discute e non prende mai di petto, ma consuma gli individui con una tecnica spetatata”.)

Il savonese agente Zeta comunicò immediatamente al CLN ed alle Brigate partigiane i nominativi dei componenti dello stesso SID segnalandone i loro convegni e i relativi sub-Uffici, le macchine da loro adoperate e in special modo quella del capo di servizio che si recava spesso a Finale Ligure e ad Alessandria per collegarsi con le spie di quelle località. Comunicò inoltre i nomi delle spie collaboratrici col SID tra le quali figurava il Terzi, il Trevi [Armando], il Revelli Carlo; segnalò le notizie dei rastrellamenti.
In occasione dell'arrivo a Savona del famigerato Paolo Giusti proveniente da Alassio, si mise immediatamente in contatto con lui facendoselo amico; riuscendo quindi a segnalare al Comitato tutti i nomi delle persone che il Giusti avrebbe dovuto eliminare nella località di Vado Ligure: faceva avvertire a mezzo di una staffetta straordinaria tutti i predetti nostri elementi.
Fu di grande utilità nel caso dei nostri [Nicola] Panevino, [Giuseppe] Goso, [Gustavo] Capitò, [Francesco Ubaldo] Cartia, [Pier Mario] Calabria e Franco.
(dal libro L'ECCIDIO DI CADIBONA di Antonio Martino, 2010)

giovedì 28 gennaio 2010

La foto sulla lapide

Questa lapide fu messa in via Berio a Cairo M. il 15 maggio 2002 per iniziativa di un gruppo di ex-partigiani e simpatizzanti onde ricordare degnamente per tutti il luogo ove venne fucilato il Biondino, il comandante partigiano, dai marò della San Marco, dopo essere stato condannato a morte dal Tribunale Militare di Guerra.
Per far rivivere le parole e il loro senso dovrò percorrere sulle pagine del mio libro anche i sentieri insidiosi, quelli che costeggiano il precipizio e scrutare le possibilità e le inevitabilità, guardare e scrutare, interrogare  e ascoltare, chiedere conto anche a ciò che è dato come certo o come possibile o inevitabile.
La domanda fondamentale è la seguente: quanti furono gli uomini fucilati sotto la collina in via Berio giovedì 1° febbraio 1945? Tre erano i condannati: due ex marò degradati e un civile. Se due soli furono i corpi senza vita prelevati quella mattina dopo l'esecuzione, uno che non c'era fu qyello del Biondino che seguì la sua nuova vita?
Matteo Abindi alias il Biondino continuò a muoversi nella mappa dell'inevitabile facendone scaturire le incredibili possibiltà di salvezza anche nelle situazioni più disperate, contando unicamente nelle sue notevoli risorse personali e nell'imprevisto che seppe volgere a suo favore e cavalcare con naturalezza e predisposizione.
Piegò gli eventi al loro esito inevitabile individuando le uniche chance possibili per uscirne nel migliore dei modi.      
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