sabato 27 marzo 2010

Gallesio, il ten. Lilli






Il giovane comandante partigiano "Lilli" Gallesio, davanti al monumento dei caduti di Cairo M., il 25 aprile 1945. Con la sua giacca bianca e cinturone sembra un attore protagonista di un bel film.

di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 204 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 
48 pagine
Copertina Morbida  Formato 15x23 - bianco e nero


di Bruno Chiarlone
Libro NARRATIVA 156 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

Chi diede ordine all’agente Zeta di indagare sul Biondino? C’era qualcuno che pagava per questo suo lavoro? Quando era cominciata la sua indagine?
Una mattina presto l’agente Zeta era uscito da casa nella sua tenuta ufficiale da agente segreto e cioè scarpe comode, un paio di jeans consumati, una giacca blu trapuntata, occhiali da sole di forma classica. Era entrato nella libreria Moderna di Savona per uno dei suoi controlli di routine sulle ultime edizioni dei libri locali. Mentre strava guardando nel suo scaffale preferito entrarono due uomini che aveva già visto in giro: quello con il loden era il professor Arbarelli, ma chi attirò la sua attenzione era l’altro. Era alto, abbronzato, capelli brizzolati corti, occhiali con montatura leggera. Si ricordò di averlo già notato ad alcune presentazioni di libri sulla seconda guerra che erano stati presentati alla libreria Ubik.
Passò vicino ai due e sentì Mister X che raccontava qualcosa al professore. Prese un libro dallo scaffale e mentre fingeva di guardarlo tese le orecchie. Sentì il professore che gli chiedeva “Allora Alberto quando presenti il tuo libro alla Ubik?” Rizzò le antenne e registrò la risposta: “Credo che sarà per fine mese.”
Dovrò esserci anch’io, penso l’agente Zeta, il suo sesto senso gli suggeriva di seguire quell’uomo. Girò ancora tra i libri, poi ne scelse uno su Mussolini e andò alla cassa. Si fermò a parlare con il cassiere che è anche il proprietario della libreria e chiese con noncuranza se ci fossero dei libri recenti scritti dal professor Arbarelli. L’uomo rispose che ce n’era uno recente di Alberto Rubicone, molto letto, e con la testa indicò l’uomo che parlava con il professore. “Lui è l’autore emergente!” affermò con simpatica enfasi mentre l’agente Zeta si voltò per vedere se lo scrittore si era accorto che parlavano di lui. 
I due uomini si avvicinarono e il libraio li presentò all’agente Zeta che disse il suo nome e chiese di avere il nuovo libro. Alberto si rivolse al libraio ma questi lo informò che erano terminati, allora l’autore disse che ne avrebbe richiesto una nuova edizione con aggiornamenti e se Zeta andava alla sua presentazione gli avrebbe fatto volentieri avere una copia con dedica.
Così a fine mese Zeta andò alla Ubik dove assistette alla brillante esposizione che fece l’autore, non partecipò al dibattito pubblico ma si fermò invece, attento come sempre, al fornito rinfresco che ne seguì. Mentre sorseggiava un crodino si congratulò mentalmente di essere presente a quell’incontro perché aveva potuto cogliere alcune frasi che lo interessarono particolarmente e si disse che aveva visto giusto. Il prof Arbarelli parlando con lo scrittore gli aveva chiesto a cosa stava lavorando in quel momento. Gli parve di sentire rispondere che stava scrivendo una ricerca approfondita sul Biondino perché aveva trovato una nuova pista, inedita e incredibile. “Parli dell’Abbindi?” chiese il professore. “Abindi, con una b sola. – rispose il ricercatore – “E pare che non sia stato ucciso dalla San Marco.”
L’agente Zeta si mise in allarme, si girò a guadare l’uomo e mentre gli faceva un cenno di saluto lo fotografò con l’occhio sinistro. Si allontanò di qualche passo ma rimase in ascolto e gli arrivò ancora qualche frase relativa al capo partigiano, gli sembrò di sentire “Buenos Aires, testa di ponte, Squaneto…
Doveva proprio controllare stretto lo scrittore, seguire i suoi movimenti, sapere tutto quello che c’era sul suo conto. Incontrare chi frequentava per le sue ricerche, le biblioteche dove andava, gli archivi, le persone che incontrava. Non era più un lavoro di routine, diventava "allarme priorità otto". Doveva mettere subito a punto per bene il suo piano di depistaggio e dissuasione, muoversi con destrezza per anticipare le ricerche. Pensò che quel Robin Falcone avrebbe messo una seria ipoteca sulla pista segreta e sui movimenti del Biondino dopo la sua condanna a morte ed esecuzione, c'era il rischio concreto che arrivasse alla verità.
Due anni prima l’agente Zeta era riuscito a scovare il Biondino, vivo e vegeto, in una cascina nei dintorni di Squaneto. Lo aveva scritto nel suo taccuino accanto a quello che gli aveva raccontato lo stesso Matteo Abindi, diventato nel frattempo ufficialmente il vecchio Gallardo di Buenos Aires. Un sabato di fine giugno era andato lui stesso alla cascina di Squaneto a portargli i saluti di suo padre che era stato con lui in Argentina e a fargli vedere i vecchi appunti dove era raccontata la loro attività sotto copertura in Sudamerica. Erano appunti riservati dell’agente Zeta senior ma li sottopose ugualmente all’interessato in quanto era stato anche lui della partita.
Si erano parlati con molta tranquillità, seduti nel cortile della cascina, all’ombra del grande noce. Il signor Gallardo, nonostante i suoi 94 anni, era in buona forma, fatta eccezione per i suoi piedi malconci a causa dell’artrite deformante.
La sera della presentazione del libro alla libreria Ubik, quando fu a casa sua, l’agente Zeta lesse le note sulla copertina del libro che l’autore gli aveva dedicato:  Alberto Robin Falcone da dieci anni si occupa di storia locale e della seconda guerra mondiale ricercando documentazione e informazioni presso gli archivi statali, comunali ed ecclesiastici.” La scheda proseguiva con altre note personali e di studio,  buone informazioni che si lesse ancora una volta  per  compendiare tutto quello che aveva trovato sul conto di Alberto Robin Falcone, lo memorizzò e mise un segno di evidenza alla sua scheda mentale.

Così il ricercatore Alberto Rubicone continuò la sua ricerca dei documenti ufficiali che riguardavano Matteo Abindi alias il Biondino. Una mattina si presentò allo sportello dei Servizi Demografici comunali di Savona. Indossava un giaccone blu tipo militare e un paio di pantaloni scuri con scarpe Goodyear. Si avvicinò allo sportello e chiese la copia integrale dell'atto di nascita di Matteo Abindi fornendo la data esatta: 21 settembre 1911. La signora chiese il motivo e lui rispose che serviva per una ricerca storica di cui stava scrivendo. Quando gli fu consegnata la fotocopia timbrata, chiese anche il certificato di morte. L'impiegata cercò ancora nel registro poi rispose: "Non è morto a Savona." Pagò il piccolo importo richiesto per il documento e salutò l'impiegata.
Mentre usciva incrociò nell'atrio il prof. Albarelli in conversazione con uno tale che teneva in mano uno libro sulla resistenza in Liguria. L'interlocutore era nientemeno che  l'agente Zeta,  che si teneva sempre nei paraggi dello scrittore. Quella mattina lo aveva visto entrare in Comune e si era appostato nell’atrio fino a quando passò il professor Arbarelli e fu una ottima occasione per attaccar discorso.
Quando sopraggiunse lo scrittore la conversazione si allargò e Zeta fu abile a collegarsi con la ricerca che era in corso. Dopo un po’ il professore entrò negli uffici comunali e gli altri due uscirono sul corso. Si incamminarono passeggiando verso la bella scultura realizzata da Renata Cuneo, posta al centro di quella che i savonesi chiamano “la piazza del pesce”.
Alberto Rubicone era diretto alla biblioteca di Monturbano, la civica A.G.Barrili e Zeta lo accompagnò fino alla Prefettura, poi i due si salutarono.