giovedì 4 marzo 2010

Testimonianza di un partigiano



Sono nato in quel periodo durante il quale il fascismo si era già consolidato, all’età di cinque anni avevo imparato a cantare “Giovinezza”. Nelle aule scolastiche la fotografia del Duce, vicino al crocifisso, rappresentava il secondo Dio che gli Italiani non dovevano dimenticare. L’insegnante prima delle lezioni, dopo la consueta preghiera, salutando romanamente gridava: - viva il Duce -, gli scolari rispondevano in coro – a noi!-. così crescevano i figli della lupa con il medaglione di Mussolini sul petto.
Aboliti tutti i partiti e le consultazioni elettorali, il fascismo, imponendosi con una rigida ideologia retta da una falsa propaganda, ci conduceva lentamente e a caro prezzo alla conquista di quell’Impero che ebbe fine con la caduta del regime.
Nel 1935, mio fratello più vecchio di me, è chiamato alle armi e mandato in Etiopia. Si canta “Faccetta nera”, mentre alcune nazioni ci impongono varie sanzioni economiche. Sui muri appare la scritta: “l’Italia fa da sé”.
Ancora ragazzo, spinto da quell’addestramento fascista, con altri compagni andavo alla raccolta del ferro vecchio per la fusione delle armi. Ogni famiglia aveva il dovere di consegnare l’oro alla patria. Presto cadde Addis Abeba, le campagne di ogni paese suonano a martello. La guerra dell’Abissinia era finita e con l’occupazione di quel territorio i gerarchi fascisti si arricchivano a spese degli Italiani. Tornano i legionari. Ricordo mio fratello al finestrino del treno mentre lentamente entrava in stazione. Siamo agli anni ruggenti, le camicie nere partecipano alla guerra di Spagna. L’Italia, la Germania e il Giappone, firmano il patto dell’asse.
Mussolini, forte degli appoggi, pensa di riprendersi Nizza e Savoia. Con l’invasione della Polonia, il primo settembre 1939, inizia la seconda guerra mondiale.
Nelle scuole la propaganda fascista raggiunge l’apice della menzogna, mentre i giovani fascisti gridano: vogliamo la guerra. In poco tempo le armate di Hitler invadono la Francia e Mussolini ne approfitta per varcare la frontiere di Mentone.
Presto gli alleati sbarcano in Sicilia e in breve tempo la guerra divampa in Europa. Il nostro esercito, male organizzato, è sopraffatto da ogni parte, mentre il fascismo non riesce più a nascondere la propria sconfitta. I bombardamenti degli Inglesi e Americani si susseguono su tutte le città d’Italia, seminando morte e distruzione. L’otto settembre 1943 l’esercito italiano si sfascia; l’Italia, contesa fra alleati e Tedeschi, diventa un campo di battaglia.
I gerarchi fascisti, per sopravvivere alla sconfitta, rimangono alleati dei tedeschi schierandosi contro il popolo italiano. Iniziano le prime deportazioni di militari e civili nei campi di concentramento tedeschi e molti non ritorneranno più. La parte dell’Italia occupata dai nazisti è sottoposta a spaventose rappresaglie; molti italiani sono costretti alla scelta disperata della ribellione che dà inizio alle formazioni partigiane.

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Appena viene informato della fuga del Re e del governo, il Comitato delle Opposizioni si riunisce in una casa di via Adda a Roma e si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale. Alla seduta di fondazione parteciparono: Ivanoe Bonomi (PDL, Presidente), Scoccimarro e Amendola (PCI), De Gasperi (DC), La Malfa e Fenoaltea (PdA), Nenni e Romita (PSI), Ruini (DL), Casati (PLI). Il mese successivo si erano già costituiti i Comitati Regionali. Successivamente anche Comitati Provinciali.
Nel febbraio 1944 Mussolini ha emanato un ultimatum ai giovani di leva che non si sono presentati in servizio a seguito del decreto di mobilitazione dell’ottobre precedente: i renitenti si dovranno presentare entro l’8 marzo. Molti giovani si sottraggono però alla leva fascista e raggiungono i partigiani in montagna.
Non si possono certo respingere. Ne deriva però una pressione quasi insostenibile sulle risorse, già scarse, di cui dispongono i combattenti. Manca tutto: armi, equipaggiamenti, viveri, munizioni e denari. La prima azione che un partigiano deve compiere è quella di conquistarsi un’arma (...)

Giancarlo Pajetta ha scritto una interessante testimonianza sulla sua collaborazione alla nascita del Comando Unificato e sui rapporti tra Parri e Longo. Un giorno Longo gli fissa un appuntamento a Milano, in viale Bianca Maria. Mentre passeggiano sotto gli alberi, Longo parla a Pajetta del Comando Unificato e del Corpo Volontari della Libertà. Ha in mente di chiedergli di sostituire Francesco Leone come rappresentante del PCI presso il Comitato Militare. Pajetta reagisce molto male. “Con quella gente io non ci vado. In tre giorni ci fanno arrestare tutti e io in prigione ci sono già stato dodici anni e sei mesi. Tieni conto anche dei sei mesi. Piuttosto vado a fare il segretario della Federazione di Sondrio”.
Longo spiega, dice che Parri è una persona seria, che lavora in ufficio tutti i giorni e organizza la Resistenza. Conclude chiedendo a Pajetta di andare alle due in una casa di piazza Piola: lì Pajetta viene favorevolmente impressionato dalla discussione. “Parri era sereno, sobrio, sicuro di sé, certo non cocciuto.. Via via che lo conobbi di più, diventammo quasi amici, e imparai ad apprezzarne le qualità.
Mi dissero che, durante la Prima guerra mondiale, era stato un giovane ufficiale di Stato maggiore; tuttavia la sua gentilezza, la sua capacità di ascoltare e discutere anche quando rimaneva arroccato sulle sue posizioni, non aveva niente della militaresca burbanza attribuita tradizionalmente agli ufficiali superiori piemontesi, fin dai tempi dell’esercito “sardo”.