giovedì 25 febbraio 2010


Manifesto stampato e affisso sui muri di Milano dai partigiani.
Avvertiamo la popolazione milanese che l'annunciatore italiano di Radio Monaco, il diffamatore dell'Italia, il denunziatore di Buozzi, di Roveda, di Alvaro, è lo pseudo giornalista Cesare Rivelli, corrispondente della "Gazzetta del Popolo", noto agente dei tedeschi, al soldo del "Propaganda Ministerium" di Berlino.
Avvertiamo la popolazione milanese che la coalizione dei Partiti Antifascisti, trasformatasi in Comitato per la Liberazione, sta già svolgendo un'inchiesta al Comune per conoscere il nome dell'impiegato che consegnò ai tedeschi la lista degli israeliti.
Colui o coloro che compirono questa infamia pagheranno col loro sangue, il sangue degli ebrei che sono stati trucidati dalle S.S.
Avvertiamo la popolazione milanese che certa Nella Magni da macerata e Vanda Rossi da Campobasso, domiciliate nella nostra città, sono state sorprese da un nostro fotografo mentre camminavano al braccio di soldati germanici.
Avvertiamo la popolazione milanese che osservatori del Comitato di Liberazione vigilano in tutte le strade, le piazze e le botteghe per prendere nota di coloro che in una forma qualunque collaborano con i tedeschi, fornendo loro indicazioni e cortesie. Tale modo di procedere sarà a suo tempo severamente giudicato. Da oggi in poi i cittadini milanesi sono invitati a rifiutare qualunque contatto con gl'invasori, sotto pena di perdere ogni contatto con i veri cittadini italiani. Nessuna indicazione, nemmeno le strade, sia loro fornita. Quando un tedesco entra in un luogo di pubblico ritrovo (caffé, ristorante, ecc.), tutti i cittadini Italiani ne escano. La parola d'ordine è una sola: rendere la vita impossibile ai tedeschi in Italia.

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Ordinanza n. 2 del 11/01/1940
Nel settembre 1939 l’imputato Giovanni Pioli (Albana-Roma il 19/01/1877, professore) pubblica e diffonde a Milano un opuscoletto dal titolo “Il nemico”, in cui Mussolini viene definito “un ambizioso dedito all’istupidimento delle masse” e Hitler “un pazzo autentico, intellettualmente al di sotto di ogni immaginazione”. Capi di imputazione: associazione sovversiva, disfattismo, offese al capo del Governo e al capo di uno Stato estero. Prosciolto perché riteunto un paranoico. Non luogo a procedere.

Ordinanza n. 7 del 26/01/1940
Amelia Tommasini di Venezia (1.08.1895) nel gennaio 1940 pronuncia in pubblico: “Vada a ramengo il Duce e tutte le sue berrette nere”. Viene imputata di offese al capo del Governo e perseguita dalla Magistratura Ordinaria.

Ordinanza n. 8 del 30/01/1940
Leo Cataldo (Corato-Bari, 19.93.1905) agricoltore e Angelo Salerno (Fagnano-Cosenza, 5.10.1905) concessionario, lavoratori in Africa Orientale vengono giudicati dalla M.O. per offese al capo del Governo e per aver avuto rapporti di indole coniugale con un’Abissina nel 1938-39. (Reato di madamismo).

Ordinanza n. 10 del 3/02/1940
Alcuni richiamati alle armi cantano a Verona una canzone “disfattista”: - Prendi il fucile e gettalo giù per terra, vogliam la pace e non la guerra -. Vengono giudicati per “propaganda e apologia sovversiva”, sono sei (...).   Non luogo a procedere.

Ordinanza n. 11 del 5/02/1940
Un panettiere di Triste, Emilio Turel (Trieste, 1.03.1886) viene giudicato dalla M.O. per aver detto: “Che vada a ramengo l’Italia con tutta Roma.” È imputato di “vilipendio alla nazione”.

Ordinanza n. 24 del 9/04/1940
Il commercialista Giuseppe Esposito (Marigliano-Napoli, 6.03.1893) inquisito per vilipendio alla nazione per aver affermato: “Dovrà pur finire questo schifoso Regime fascista!” Non luogo a procedere.

Ordinanza n. 25 del 11/04/1940
Una contadina del Foggiano, Francesca Principe, viene perseguita dalla M.O. per aver detto a Rodi Garganico, nel marzo 1940: “Mussolini è un ladro come te.” Imputazione: offesa al capo del Governo.

Ordinanza n. 29 del 19/04/1940
In provincia di Benevento, per vilipendio della Milizia, nell’aprile 1938, Giovanni Simeone (Ponte-BN, 26.10.1882) e Tripoli Simeone (Ponte-BN, 19.09.1912) disoccupato, vengono perseguiti dalla M.O. per aver detto: “La Milizia dà i gradi ai fessi.

Ordinanza n. 47 del 8/06/1940
A Milano il giovane Mario Bacchetta (21.05.1920) scrive su una parete della propria abitazione: “Morte al Duce.La M.O. lo persegue per offese al capo del Governo.

Ordinanza n. 66 del 1/08/1940
A Venezia, nel luglio 1940, il sig. Umberto Dal Borgo (Venezia, 2/07/1897) impreca: "I fascisti sono tutti farabutti e delinquenti... Porci e farabutti chi li governa" viene inquisito per vilipendio della nazione e del Governo dalla M.O.

Ordinanza n. 72 del 25/08/1940
Il meccanico Ugo Innamorati (Terni, 25/09/1889) nel giugno '40, a Roma dice a un tale: "Vigliacco il Duce che vi paga!" Per offese al capo del Governo è perseguito dalla M.O.

Ordinanza n. 73 del 1/09/1940
La Camicia Nera Nicola Darmiento (Grumo-Bari, 20/11/1909) in provincia di napoli dice."La Milizia non è buona a niente" viene perseguito dalla magistratura Militare per vilipendio delle Forze Armate.

Ordinanza n. 98 del 7/11/1940
Il milite Aldo Albergucci (Montefiorino-MO, 10.10.1916) scrive nella garitta in cui monta la guardia: “Mussolini è un delinquente”. Viene inquisito per offese al capo del Governo, ma il processo ha il non luogo a procedere.

Ordinanza n. 103 del 23/11/1940
Augusto Zocco (Presicce-Lecce, 13.09.1903) muratore e Francesco Zocco (Gemini-lecce, 9/10/1892) bracciante, vengono giudicati dalla Magistratura Ordinaria per aver detto: "Vigliacci e farabutti, voi e il Governo che vi paga!"
Ordinanza n. 3 del 3/01/1941
"Tra poco moriremo tutti di fame..." Detto a Bologna nel dicembre 1940 (Disfattismo politico) da Antonio Nicolucci di Galeata (Foggia) nato il 12/06/1910. M.O.



Ordinanza n. 8 del 13/01/1941


"Possano uccide te e il Duce che ti passa la paga" in provincia dell'Aquila, nell'ottobre 1940 (Offese al Capo del Governo) detto da Massimiliano Conti. Perseguito dalla M.O.


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Testo del comunicato a firma del Comitato di Liberazione dell'Alta Italia, diramato il 30 aprile 1945
Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale - che il fascismo per venti anni gli ha negato - se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia. Solo a prezzo di questo taglio netto con un passato di vergogna e di delitti, il popolo italiano poteva avere l'assicurazione che il CLNAI è deciso a proseguire con fermezza il rinnovamento democratico del Paese. Solo a questo prezzo la necessaria epurazione dei residui fascisti può e deve avvenire, con la conclusione della fase  insurrezionale, nelle forme della più stretta legalità.
Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile.
Il CLNAI, come ha saputo condurre l'insurrezione, mirabile per disciplina democratica, trasfondendo in tutti gli insorti il senso della responsabilità di questa grande ora storica, e come ha saputo fare, senza esitazioni, giustizia dei responsabili della rovina della Patria, intende che nella nuova epoca che si apre al libero popolo italiano, tali eccessi non abbiano più a ripetersi.
Nulla potrebbe giustificarli nel nuovo clima di libertà e di stretta legalità democratica, che il CLNAI è deciso a ristabilire, conclusa ormai la lotta insurrezionale.
Il comitato di liberazione dell'Alta Italia.
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La fine del partigiano Piero


Per colpa di una frase ci lascia la vita un partigiano che faceva parte del gruppo Biondino. "La gente ricorda solo il suo nome, Pietro - lo scrive Fulvio Sasso nel 1998. Piero era un soldato sbandato, di origine meridionale, ospitato da una famiglia di contadini a Sanvarezzo. Un giorno il marito, geloso, va dal Biondino a lamentarsi che Pietro gli insidia la moglie. Pietro aveva combattuto in Francia con l'Esercito Italiano contro i Francesi, poi subito dopo l'8 settembre 1943 era ritornato in Italia e si era fermato con i partigiani in Val Casotto. Poi gli era capitato di incontrare il Biondino e lo aveva seguito a Santa Giulia. Sembrerebbe che a seguito di questa denuncia il partigiano Pietro fosse sbrigativamente ucciso e sepolto in una fossa dietro al cimitero. Nel 1947 la sorella di Domenico Pescetto va a Santa Giulia a cercare il corpo del fratello e della cognata e nella loro fossa scorge anche i corpi di due altri uomini che risulteranno poi essere due partigiani. Uno era Pietro, l'altro era di un tale soprannominato Albenga che era stato tra i primi partigiani andati con il Biondino. I testimoni del posto ricordano che aveva un carattere prepotente ed aveva litigato con il Biondino; dopo quel diverbio Albenga era scomparso dalla circolazione e si era sparsa la voce che fosse andato in un'altra zona, invece è rimasto per sempre a Santa Giulia.


(dal libro Il Biondino (eroe o sanguinario?): l'enigmatica storia di un protagonista nella lotta partigiana fra Liguria e Piemonte  di Fulvio SassoG.Ri.F.L., 1998)