giovedì 18 febbraio 2010

La mappa dell'inevitabile

Il solo viaggio possibile è quello che muove dentro l'immaginazione, dentro la storia in cui si annuncia anche la rivelazione di una dimensione invisibile e sottile...
Lacerti di mappe e poi schizzi, fogli con abbozzi di una cartografia parziale e possibile, appunti quasi illeggibili: quali parole sono possibili in un luogo? 
Cerco con le mie forze e la mia concentrazione distratta di percorrere queste geografie del narrare per compilarne una mappatura provvisoria ma soddisfacente; cerco di introdurmi nei testi abitandone gli spazi irreali ma inevitabili, visitando dapprima col pensiero tutti i luoghi di quelle nomenclature. 
Una svariegata topologia - i luoghi del mondo e i luoghi del testo, tenuti assieme dalla conoscenza affettiva.
Ma poi ho dovuto perquisire muri - vie - strade - vecchie case di Santa Giulia e di Squaneto, di  Montenotte, toccare con mano le case sparse nel territorio di Villa, frazione di Piana Crixia, respirare e fotografare alcune abitazioni isolate a Castelletto Uzzone e Cortemilia, cercare venti leggeri a Gorrino e nelle viuzze di Olmo Gentile, leggere con cura diversa carte savonesi e cuneesi, far cantare sommessamente gli archivi aperti alla pazienza dell'attenzione, alla costanza della mente  che ascolta voci quasi silenziose.
Percorrere come rapito una mappatura dell'inevitabile, una cartografia degli spazi insondati e rimasti senza parole, consegnati al silenzio dell'abbandono che prosciuga con la tramontana e spacca la facoltà di raccontare. 
Quel racconto del luogo che tiene insieme, inseparabili, il luogo e le parole che ne parlano, ripropone al pensiero il nesso che entrambi li comprende. Una carta delle residue possibilità di narrare, il rilievo di sparsi punti di fertilità che affiorano inaspettati dal buio di topografie sfocate a indicare le sopravvivenze di uno scambio elementare delle parole che ancora ha modo di attuarsi tra gli umani, tra i testi e i documenti.
  In questa cartografia dell'immaginabile il Biondino (Matteo Abindi) aveva i suoi percorsi collaudati in anni di frequenza. Mettersi sulla sua lunghezza d'onda vuol dire percorrere queste scorciatoie dimenticate e nascoste tra la vegetazione del suo territorio; ogni strada che dalle colline e dai boschi scende ai paesi della Langa ligure-piemontese aveva per lui scorciatoie e percorsi lineari e istintivi che seguivano le strade tra le macchie, i cespugli di rovi e gli anfratti del terreno, le tagliavano velocemente prima delle ampie curve. 
Da queste scorciatoie occulte, come dietro a quinte naturali, il Biondino poteva vedere non visto, sventare in anticipo gli agguati, evitare le sorprese, decidere se attaccare o dileguarsi. Certamente da quando era partigiano e aveva a tracolla la sua "capretta" (la mitragliatrice personalizzata), gli spostamenti erano più sicuri e i pericoli prevedibili. Lui era ancora il folletto dei luoghi selvaggi, il guerrigliero e l'esploratore della Langa minore, lo stratega dei piccoli e decisivi colpi di mano, l'invisibile che compariva nei momenti giusti e nei posti impensati e radunando i suoi uomini mal vestiti e male armati mettevano a segno colpi audaci, davano scacco ai Tedeschi e ai soldati della RSI. 
Quando decise di cambiare il gioco, nel cuore dell'inverno, fu lui che si fece trovare nel posto stabilito, ma in modo impensato, ancora a sorpresa, sbarbato di fresco e ben pettinato, una domenica di gennaio del '45. Ne ascoltai il racconto frammentario da alcuni suoi uomini, da quelli che passarono indenni nella bufera della Resistenza Armata, della guerriglia attraversata nel loro stesso territorio con  lo spirito degli avi che in Val Bormida vissero le guerre e le invasioni nei secoli tremendi.