giovedì 28 gennaio 2010

La cattura di Matteo Abindi detto il Biondino

Da una testimonianza manoscritta di un sopravissuto.

La mattina del 12 gennaio 1945  [dal calendario risulta invece essere domenica 14] il tenente Teodosio Zerminiani fa armare di tutto punto una squadra di marò scelti e tutti volontari dato il pericolo per l'azione che dovranno intraprendere. Dopo aver consultato ancora una volta la mappa della Langa di Piana Crixia, partono per la grande impresa conosciuta solo dal tenenente e dal suo vice. 
Arrivati nelle vicinanze della cascina Ferré (Cagna) si dispongono per l'accerchiamento mimetizzandosi per confondersi tra la neve e i cespugli secchi. E qui aspettano con il dito sul grilletto che arrivi "il terrore delle quattro province".
Si immaginano che abbia barba e capelli lunghissimi, che sia armato fino ai denti, machine pistol, p38, bombe a mano, pugnale... La tensione è talmente alta che non sentono neanche il freddo. Ma l'attesa si fa lunga, l'orologio del campanile [di San Massimo- Cagna] batte le ore 12. L'appetito si fa sentire tra i marò e dalla casa esce un profumo di aromi, di salami, di arrosti, sughi...
Si sapeva che a pranzo a cascina Ferré c'erano i ravioli, già era stato detto una settimana prima al bar di Cortemilia, qualcuno dei marò si vedeva già davanti a un piatto di ravioli al sugo fumanti. Perché aspettare ancora, ormai non viene più il Biondino...
Sollecitato dai suoi marò il tenente e il suo vice bussano alla porta. Gli viene aperto e sono tutti invitati ad entrare. Cosa vedono in sala da pranzo? 
Una tavolata di gente composta, ben vestita, nessun barbone, nessuno armato, tutta gente del posto e sfollati. Il tenente sta per chiedere scusa per il disturbo quando uno dei commensali, sbarbato, capelli tagliati all'umberta, vestito da messa grande, alzatosi si presenta: "Io sono il Biondino".
Sorpresi rimangono tutti senza parole e visto che il pericolo dello scontro a fuoco non c'era stato accettano un buon piatto di ravioli offerto dal proprietario della cascina Ferré.
Prima di portare il famoso capo banda al Comando per il riconoscimento gli consigliano di portarsi una coperta perchè in prigione non c'è riscaldamento. 
Poi quando stanno per lasciare la casa, uno dei marò sussurra all'orecchio di un commilitone: "I lancia fiamme che abbiamo sul camion non li usiamo? Non fuciliamo nessuno? I salami, il bestiame, vino grano e tutta la roba commestibile la portiamo via?"
L'altro risponde: "A quanto pare lasciamo tutto a posto. Abbiamo incendiato case e pagliai, ucciso gente e portato via tutto perchè avevano dato un bicchiere d'acqua, un pezzo di pane a dei poveri diavoli che erano in montagna senza sapere il perché... e qui che abbiamo catturato il più grande bandito della zona ce ne andiamo via senza prendere nessuno?"
Allora l'amico che era uno studente di legge, soppesando le parole, sentenzia: "Per me erano d'accordo, se invece non è così, allora abbiamo sbagliato uomo: sembra più un chierichetto che un bandito."
Il tenente Zerminiani era stato informato degli accordi: dopo aver prelevato il proprietario della cascina e il Biondino si dirigono verso Piana Crixia. L'uomo viene portato a Spigno. Come mai? Perchè non in prigione a Cairo come l'altro ostaggio?
Si immagina che per aver salva la vita il capo banda segnalerà gli insediamenti partigiani della zona che ben conosce e sa che di guardia non c'è mai nessuno.
Il padrone della cascina, dopo una quindicina di giorni di riposo a Spigno viene rilasciato e torna tranquillamente a casa. Sa che il Biondino era d'accodo sulla cattura e che neanche un capello doveva essere toccato a casa Ferrè.
Si pensa che la fine del Biondino sia stata decretata dagli inglesi dopo che il Biondino aveva ucciso un loro soldato a Montechiaro ed un altro era stato fucilato per suo ordine.
Dopo lo scontro con il comandante della 16a Brigata Garibaldi "Devic" (Angelo Prete di S. Stefano Belbo) sul ponte di Cortemilia dove lo aveva freddato a fine agosto '44, era stato isolato da tutti, solo le donne se lo contendevano...
Il gruppo che a metà gennaio nella cascina Ferré di San Massimo aveva catturato il Biondino era comandato dal tenente Teodoro Zerminiani, dal sottotenente Emilio Pappagallo e dal sottocapo Vittorio Manini. Gli altri uomini erano: i marò scelti Edoardo Ferrario e Sante Venuti, i marò Dino Bellini, Remo Conti, Livio Cicciardi, Mario Peghin, Mario Bondi, Enrico Pellegatta e Giuseppe Febbraio.